La storia di Louis Zamperini può essere espressa in una sola parola: “Unbroken”, letteralmente “non rotto, non spezzato” e non a caso è questo il titolo del film, basato sul libro ”Sono ancora un uomo. Una storia epica di resistenza e coraggio”(2010, Laura Hillenbrand), regista Angelina Jolie. Il protagonista nasce ad Olean il 26 gennaio del 1917 ed è il figlio più piccolo di una coppia di immigrati di origine italiana. Cresce in California; un piccolo ribelle che inizia a sperimentare furti e scherzi pericolosi. Nonostante il padre cerchi di indirizzarlo verso il pugilato, il fratello Pete lo spinge alla corsa agonistica, disciplina in cui può incanalare tutta la sua energia. Alle Olimpiadi del 1936 si classifica ottavo, ma si ritaglia uno spazio di celebrità sportiva con un ultimo giro di pista da record di soli 56 secondi. Durante la guerra diventa un ufficiale (2°Tenente) ma durante una missione di salvataggio nel Sud del Pacifico, subisce un guasto al motore. Viene catturato dalla marina giapponese e internato nel primo di una lunga serie di campi di prigionia. Durante i due lunghi anni di prigionia, Zamperini sperimenta la fame, la tortura, abusi fisici e psicologici che gli lasciarono lunghi incubi per tanti anni, anche dopo il suo rientro in patria. Il 20 Agosto del 1945, due settimane dopo che una bomba atomica da 9.000 libbre denominata «Little Boy» distrugge Hiroshima, arriva la notizia della fine della guerra e dell’immediata liberazione dei prigionieri alleati.
Nei quattro anni successivi al suo internamento, nonostante fosse tornato in patria come eroe di guerra, Louie soffrì di Disturbo Post-Traumatico da Stress, noto anche come «nevrosi da guerra». Il ricordo delle torture subite gli provocò per anni incubi e ansie paralizzanti che impedivano la ripresa di una vita regolare. Nonostante questo, mantenne la promessa fatta a Dio: se fosse sopravvissuto alla guerra Lo avrebbe servito. Dopo una nuova “riconversione” al Cristianesimo e grazie alla moglie Cynthia, quindi, Zamperini divenne un predicatore del perdono, girando in tutti gli Stati Uniti. Tornò anche in Giappone, per incontrare e perdonare i suoi aguzzini, ma non poté incontrare“l’Uccello”, che rifiutò di incontrarlo dopo averlo particolarmente umiliato per tutta la durata della sua prigionia. Il film si conclude con la frase: “Penso che la cosa più difficile nella vita sia il perdono. L’odio è autodistruttivo. Se si odia qualcuno, non si fa del male a quella persona, ma a se stessi. Il vero perdono è completo e totale”.
Anche noi concludiamo incoraggiando ciascuno a sperimentare il perdono, che ci permette di ricevere guarigione nel nostro cuore e di andare al di là di ciò che abbiamo vissuto; è questa la via che ci permette di sperimentare pienamente l’amore di Dio, che è pronto a riversare su di noi.
Articolo scritto il 13/04/2015 da Notizie dal fronte
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